Buio in sala con Tempi moderni di Charlie Chaplin

A cura di Martina Carlesimo, Giovanni Conte, Elisa Di Cerbo, Leonardo Massaro e Marco Mazzarella, 5ªS2 Liceo Scientifico

Lunedì 17 novembre per gli studenti delle classi quarte e quinte del Liceo Scientifico ha avuto inizio un percorso che li vedrà coinvolti per alcuni mesi: la rassegna cinematografica “Buio in sala”, che ha lo scopo di proporre dei film su tematiche in linea con il percorso di studi previsto. L’oggetto della prima proiezione è stata la pellicola “Tempi moderni”, del regista e attore Charlie Chaplin, presentato da cinque studenti della classe 5ªS2.

Quando si parla del contesto storico di “Tempi moderni”, conviene far sentire subito in che mondo nasce questo film, perché Chaplin non lo tira fuori dal nulla. Siamo nella metà degli Anni Trenta, un momento in cui l’Occidente sta ancora facendo i conti con la Grande Depressione, un periodo in cui la parola “crisi” non è un modo di dire, ma una realtà quotidiana: fabbriche che chiudono, persone senza lavoro, miseria che si vede per strada e un senso di precarietà che attraversa ogni classe sociale. È anche l’epoca in cui la catena di montaggio, introdotta pochi decenni prima, è diventata il simbolo del mondo industriale. L’idea era “produrre tanto e velocemente”, ma dietro a quell’efficienza c’era un prezzo umano altissimo: si finiva a ripetere gesti identici per ore, in un ritmo quasi meccanico, tanto da sembrare parte delle macchine più che individui con pensieri e desideri. E poi c’è l’Europa che intanto si muove verso derive autoritarie: il clima politico internazionale è carico di tensioni, la disoccupazione alimenta malcontento, e il controllo sui cittadini diventa un tema sempre più presente. Chaplin osserva tutto questo da una distanza che gli permette di essere ironico senza perdere profondità: il film fa sorridere, ma sotto la superficie c’è un mondo che fatica a stare in piedi.

Prima di addentrarsi nella pellicola, è opportuno dare uno sguardo alla vita del regista per comprendere l’origine di tanta stima e considerazione da parte delle critiche e del pubblico, non sempre sensibile ad un cinema che parla di tali problematiche. Cresciuto in condizioni di estrema povertà, con genitori artisti di music hall ma segnati da difficoltà economiche e problemi di salute, Chaplin trascorse parte dell’infanzia in orfanotrofio. Fin da giovanissimo mostrò un talento naturale per la mimica e per la comicità fisica, qualità che lo portarono a entrare nelle compagnie teatrali inglesi e successivamente a essere notato dagli impresari americani. Trasferitosi negli Stati Uniti nel 1913, iniziò a lavorare per la Keystone di Mack Sennett e già l’anno successivo creò il personaggio che lo avrebbe reso immortale: Charlot, il Vagabondo dal passo ondeggiante, cappello a bombetta, bastone, abiti troppo larghi e baffetti minuscoli. Chaplin non fu soltanto un attore, ma un vero autore totale; come regista era estremamente meticoloso: girava molte versioni della stessa scena, improvvisava sul set, seguiva personalmente la recitazione degli attori, il montaggio e persino la composizione musicale. Il suo stile univa la comicità a una poesia malinconica e a un forte impegno sociale, rendendo il suo linguaggio cinematografico unico e riconoscibile. Come attore, Chaplin si distingueva per un’espressività fisica fuori dal comune: la sua mimica, la precisione del movimento e il ritmo comico facevano di lui un maestro della comunicazione non verbale. Charlot non era solo un personaggio buffo, ma un simbolo universale del “piccolo uomo” che resiste con dignità alle difficoltà della vita. Il film contiene una curiosità importante: segna la prima volta in cui Chaplin usa la propria voce, cantando una canzone in un miscuglio di lingue inventate.

“Tempi moderni” racconta la storia di un operaio che lavora in una gigantesca fabbrica dove tutto è regolato da macchine, ritmi folli e catene di montaggio che non si fermano mai. Charlie Chaplin interpreta un uomo qualunque che cerca di resistere alla velocità disumana del lavoro moderno, ma finisce letteralmente inghiottito dagli ingranaggi, schiacciato da ritmi e controlli sempre più oppressivi. Dopo un esaurimento nervoso dovuto allo stress del lavoro, l’operaio perde tutto: il lavoro, la libertà e la stabilità. Proprio quando sembra finita, incontra una giovane ragazza ribelle che, come lui, sta lottando per sopravvivere in una società difficile, segnata dalla povertà e dalla disoccupazione. Insieme formano una coppia improbabile ma piena di speranza: due persone senza nulla, ma con un enorme desiderio di costruirsi una vita migliore. Tra fughe dalla polizia, lavori assurdi, sogni e cadute, i due affrontano il mondo con coraggio e ironia, senza mai arrendersi.

Nonostante le tematiche sociali profonde, il film è intriso dell’umorismo e dello stile comico distintivo di Charlie Chaplin: la sua abilità nell’usare il linguaggio del corpo, le espressioni facciali e la comicità fisica lo rendono fuori dal comune. È, infatti una critica all’avidità e alla mancanza di compassione nell’era industriale, una denuncia alle contraddizioni della società: la catena di montaggio è presentata come una macchina infernale che disumanizza gli operai, trasformandoli in semplici ingranaggi, e il progresso tecnologico, che avrebbe dovuto migliorare la vita delle persone, la rende più difficile e stressante.

La vera chiave di lettura del messaggio che Chaplin ha a cuore è, però il fitto simbolismo con cui allestisce il suo lavoro: una prima analogia tra un gregge di pecore che si muove ordinatamente e gli operai che si dirigono al lavoro segna la perdita di individualità e la serialità imposta dal lavoro in fabbrica, dove l’uomo è ridotto a mero ingranaggio senza anima. Altri elementi a supporto di questa tesi sono lo scontro tra uomo e macchina, esplicitato nella scena in cui Charlot viene (letteralmente e metaforicamente) inghiottito dagli ingranaggi, e la perdita di umanità oltre che di individualità, auspicata dalla creazione di una macchina con lo scopo di eliminare le pause pranzo consentendo agli operai di “aver servito” il loro pasto mentre, con le mani, continuano a svolgere il proprio lavoro. Altra scelta significativa è quella di produrre un film muto nell’epoca del sonoro, per evitare che il linguaggio potesse rappresentare un ostacolo all’ universale comprensibilità della pellicola; ma anche nel tessere il mutismo Chaplin dà lustro alla sua “meticolosa” profondità. Gli unici suoni sensati provengono da dispositivi meccanici e gli unici dialoghi sono pescati dai discorsi dei capifabbrica, a sottolineare come l’uomo fosse costretto al solo lavoro senza avere alcuna voce in capitolo e la comunicazione fosse ormai spersonalizzata. La lotta di Charlot è la lotta di un’intera classe, quella degli “ultimi” destinati a lottare per la sopravvivenza e la dignità in un sistema che li opprime e che dà valore soltanto alla forma e all’apparenza, come dimostrato dal successo dell’esibizione di Chaplin in una delle scene finali, fatta di un canto di parole confuse e senza senso, ma accompagnata da una comica e accattivante esibizione “teatrale”, unico oggetto di attenzione.

Due sono gli aspetti tecnici sui quali vale la pena soffermarsi, tra cui l’utilizzo del bianco e nero. In quel periodo, infatti, la tecnologia cinematografica percorreva passi da gigante, mostrati dagli effetti speciali e dai colori che spiccavano nelle sale di tutto il mondo, come quelli del “Mago di Oz” pubblicato solo tre anni dopo, nel 1939. Ma Chaplin decide di utilizzare il bianco e nero, in parte perché fondamento della sua cifra stilistica, ma soprattutto per esaltare l’espressività dei volti e dei movimenti dei personaggi che superano di gran lunga lo stupore cromatico. In secondo luogo, il regista attua una vera e propria rivoluzione del cinema muto, con l’aggiunta di una scena canora (interpretata dallo stesso Chaplin). Ad accompagnare tutta la pellicola è la colonna sonora, un prodotto orchestrale composto da Chaplin in collaborazione con un maestro d’orchestra; il capolavoro, interpretato da più di 60 musicisti, prosegue di pari passo con le scene del film: il ritmo incalza nelle scene più movimentate e si placa, tramuta in “giocoso”, nei momenti comici.

Sulla scelta del muto come prodotto audiovisivo, è lo stesso regista a fornirci una spiegazione: “Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.”

“Tempi moderni” mischia comicità e critica sociale: fa ridere con scene indimenticabili, ma allo stesso tempo mostra quanto la vita nelle fabbriche e nella società moderna possa essere alienante e disumana, vertendo continuamente sui due binomi “uomo – tecnologia” e “benessere economico – dignità umana”.

Eppure, nonostante tutto, Chaplin lascia un messaggio potente: anche nei momenti più duri, un sorriso e un po’ di umanità possono fare la differenza.