Mercoledì, 19 novembre, gli studenti del Liceo Scientifico hanno avuto l’opportunità di incontrare Costantino Massaro, professore di Latino e Greco presso il Liceo Classico di Aversa, appassionato cultore dei classici, amante della scrittura e della buona cucina.
La sua ultima fatica letteraria, dopo “La poetica della pancia” e “Il sapore dello scrittore”, è “Il sapore del mondo antico”, un viaggio letterario che esplora magistralmente il rapporto tra cibo e cultura nella Grecia classica e nell’antica Roma, non trascurando gli influssi orientali e l’osmosi culturale e culinaria tra le varie civiltà del mondo antico.
Ad introdurre l’autore è stata la prof.ssa Margherita Di Meo, la quale ha sottolineato agli studenti la preziosità del testo, frutto di uno studio filologico accurato e ragionato, con dotti e pregevoli riferimenti a fonti iconografiche, in modo particolare ad affreschi di area pompeiana. Uno di essi troneggia in tutto il suo splendore sulla copertina: la Cassata di Oplontis, ritrovata in una villa, nei pressi di Torre Annunziata, devastata dall’eruzione del 79 d.C.
La prof.ssa Di Meo ha evidenziato altresì la singolarità dell’incipit del libro, dedicato all’albero padre con un ramo solo, immagine che richiama il Libro XXIV dell’Odissea, dove Ulisse si rivela al padre tra i filari. La cucina diventa così un modo per tornare alle proprie radici, un gesto che collega l’intimità familiare agli archetipi della civiltà mediterranea. Ed è proprio ai Padri, ed in particolare al proprio, che il prof. Massaro dedica la sua ultima opera, avendo egli appreso dall’amato genitore tanto la passione per i classici quanto quella per il buon cibo, che non solo sazia ma, di più, suscita emozioni.
Ed è proprio da tale prospettiva che trae origine il termine “emo-gastronomia”, coniato dall’autore per indicare la capacità di mangiare provando emozioni autentiche, in opposizione alla “pornografia gastronomica” contemporanea, fatta di eccesso estetico e scarsa sostanza.
Raccogliendo l’invito della prof.ssa Di Meo, l’autore chiarisce agli studenti la distinzione tra simposio e convivio: il primo, tipicamente greco, era una riunione sociale a carattere politico e pedagogico, incentrata sulla conversazione e sulla discussione filosofica; un’officina dello spirito dove, tra coppe ornate e piatti preparati con precisione quasi poetica, i commensali meditavano sulla natura dell’uomo, sull’armonia del cosmo, sulla misura perfetta in ogni gesto, anche gastronomico. Il secondo, proprio del mondo romano, era un banchetto sociale che rappresentava l’atto del mangiare e del vivere insieme (“cum vivere”), evidenziando la dimensione collettiva del cibo; un rito sociale fatto di ricchezza e teatralità, pensato per celebrare il prestigio del padrone di casa e rinsaldare le relazioni tra gli invitati.
Interessante, poi, il riferimento, da parte dell’autore, al rapporto tra cucina e diritto, due mondi solo apparentemente agli antipodi, come testimonia il doppio significato del termine latino “ius” (sia diritto sia salsa o condimento).
Insomma, un viaggio formidabile, quello fatto sotto la guida del prof. Massaro, tra ricette, usanze gastronomiche dell’età classica e ingredienti particolari come il “garum”, diffusissimo nella cucina romana: una salsa liquida di interiora di pesce, dal sapore intenso e salato, dovuto alla fermentazione dei pesci e delle erbe.
Originali e stimolanti le domande degli studenti, che sono state occasione, per il Professore, per chiarire l’inesattezza di alcuni luoghi comuni: contrariamente a quanto si ritiene comunemente, solo i Romani più abbienti si concedevano banchetti opulenti, mentre la maggior parte della popolazione mangiava quello che oggi si definisce “street food” nei thermopolia, veri antenati dei fast food. Interessante anche il connubio tra cibo e medicina. L’impiego di erbe e agrumi, ancora assenti sulla tavola dei Romani, lasciava supporre l’esistenza di rimedi popolari, unitamente a superstizioni e al ricorso a pratiche magiche, accanto ad una lista di ricette e farmaci riconosciuti dalla scuola medica ufficiale. Suggestivo infine il richiamo al sale, la cui importanza è ben evidenziata da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia con l’espressione “Nihil utilius est quam sole et sale “. Così importante per i Romani da spingerli alla costruzione della via Salaria, il cui percorso in origine era molto breve, ma che, in età imperiale, collegava Roma ad Adria, cittadina sul mar Adriatico.
L’incontro si è concluso con una riflessione profonda ed incisiva: occorre tornare ad essere degni dell’eredità dei nostri antenati, recuperando la capacità, che appare smarrita, di “mangiare bene”, nel senso più profondo dell’espressione. Recuperare questa eredità significa recuperare equilibrio, cultura, identità.
Gli studenti hanno lasciano l’aula con il sapore della memoria ancora sulle labbra, portando con sé l’invito a riscoprire la propria storia anche attraverso il cibo, ricercandola nei sapori che attraversano i secoli, sollecitati da un incontro prezioso, in cui ogni descrizione si è trasformata in un vivido affresco e in cui profumi di erbe aromatiche, bagliori di olio dorato sulle pietanze e armonie di sapori si sono composti come strofe di un inno tanto antico quanto attuale.






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