La luce che cambiò la scienza: Buio in sala con “Radioactive” di Marjane Satrapi

a cura di Elisa Di Cerbo e Teresa Sparago, 5ªS2 Liceo Scientifico

Per capire davvero la storia di Marie Curie, dobbiamo immaginare il mondo in cui visse: un’Europa tra Ottocento e Novecento, attraversata da enormi cambiamenti scientifici ma ancora profondamente conservatrice dal punto di vista sociale.

Da un lato, la scienza sta vivendo una fase rivoluzionaria: le scoperte sui raggi X, sulla radioattività e sulla struttura dell’atomo stanno mettendo in crisi le vecchie certezze della fisica classica; è un periodo di grande entusiasmo, in cui ogni laboratorio può diventare il luogo di una scoperta epocale. Dall’altro lato, però, la società resta rigidamente patriarcale: le donne non hanno accesso paritario all’istruzione, non possono facilmente entrare nei laboratori e spesso non vengono nemmeno prese sul serio come studiose. L’idea di una donna scienziata è vista come un’eccezione, quasi una stranezza.

Il film “Radioactive”, diretto da Marjane Satrapi, mette bene in evidenza questo contrasto: un mondo scientifico in pieno fermento, ma una società che non è ancora pronta ad accogliere una donna come Marie Curie. Ed è proprio in questo contesto che la sua figura emerge come qualcosa di straordinario.

Quando parliamo di Maria Sklodowska-Curie rischiamo di ridurla ad una serie di primati: la prima donna a vincere un Nobel, la prima persona a ottenerne due, la prima docente alla Sorbona: tutto vero. Fermarsi ai record significa, però perdere la parte più interessante: la sua umanità, la sua determinazione, la capacità di sfidare un mondo che non era pronto per lei. Nata in una Polonia oppressa dall’Impero russo, cresce dove l’istruzione femminile è scoraggiata, eppure mostra fin da giovanissima una fame di conoscenza incontenibile: studia in clandestinità, segue corsi segreti, legge tutto ciò che trova. A Parigi la sua vita cambia, pur restando dominata dagli uomini: l’incontro con Pierre Curie è decisivo, non solo perché diventerà suo marito, ma perché sarà il primo uomo a trattarla come una pari, a riconoscerne talento e originalità, formando una coppia scientifica straordinaria che lavora in un laboratorio improvvisato, nido di scoperte fondamentali.

La sua dedizione è assoluta: lavora senza sosta, spesso mettendo a rischio la salute; maneggia materiali radioattivi senza protezioni, non perché fosse imprudente, ma poiché all’epoca non se ne conoscevano i pericoli. Conserva campioni di radio nel cassetto, li porta in tasca, li mostra agli amici perché “brillano al buio”: è affascinata dalla bellezza della scienza, dalla luce misteriosa che emanano quei materiali. Ma la sua vita è segnata anche da tragedie: la morte improvvisa di Pierre la devasta, ma continua imperterrita il loro lavoro e diventa la prima donna a insegnare alla Sorbona, entrando in aula con una compostezza che colpisce tutti. Non cerca fama né riconoscimenti; rifiuta di brevettare le sue scoperte perché la scienza, per lei, deve essere un bene comune. La sua vita privata diventa oggetto di scandalo quando, dopo la morte di Pierre, ha una relazione con Paul Langevin: la stampa la attacca con violenza, ma lei non si piega, continuando a lavorare, a insegnare, a essere se stessa. Impegno confluito nel secondo Nobel, ottenuto nonostante la campagna diffamatoria, che dimostra come il valore scientifico non possa essere cancellato dal pregiudizio.

Marie muore nel 1934 per anemia aplastica, probabilmente causata dall’esposizione prolungata alle radiazioni: un destino quasi poetico per la donna che ha scoperto la radioattività. Ma non è una tragedia sterile: è il prezzo pagato da chi apre strade nuove.

La ricerca di Maria Sklodowska-Curie, come ogni progetto scientifico, parte da basi già poste. Infatti, uno dei pionieri dello studio della radioattività (anche se sarà Sklodowska-Curie a dare questo nome al fenomeno) è Henri Becquerel, che compie i primi passi in questo campo studiando la fluorescenza dell’uranio e quindi le onde emesse da questo elemento una volta colpito dalla luce. Becquerel scoprì però per caso che l’uranio emetteva delle onde anche senza essere colpito dalla luce. Il fenomeno fu a lungo conosciuto come “raggi di Becquerel”, ma fu Sklodowska-Curie, ancora studentessa di dottorato, a chiamarlo radioattività: la giovane scienziata, infatti, aveva deciso di basare la sua tesi di dottorato su questo insolito fenomeno e, insieme al marito Pierre, arricchì la ricerca di Becquerel con un immenso contributo sperimentale, che le valse il Premio Nobel per la Fisica nel 1903, condiviso con il coniuge e Becquerel.

Sklodowska-Curie compì le sue osservazioni su un minerale dell’uranio, la pechblenda (UO2) e osservò che le radiazioni emesse dai suoi campioni avevano valori molto maggiori di quelle emesse dallo stesso minerale sintetizzato in laboratorio, suppose, quindi, che ci dovessero essere per forza delle impurità, degli altri elementi ancora più radioattivi dell’uranio presenti nella pechblenda e in natura. Con un certosino lavoro di corrosione della pechblenda e di isolamento dei suoi elementi, Sklodowska-Curie riuscì a scoprire due nuovi elementi radioattivi: il radio e il polonio. Scoperta che poi le valse il secondo Nobel, quello per la Chimica, vinto nel 1911.

Quando si parla di femminismo, Marie Curie viene spesso citata come figura simbolica, anche se non si definì mai una femminista militante. La sua vita fu un atto continuo di emancipazione, quasi naturale, come se ogni scelta rispondesse silenziosamente alle limitazioni imposte alle donne del suo tempo. Non scrisse manifesti né partecipò a cortei, ma compì qualcosa di più potente: dimostrò che una donna può essere una scienziata di livello assoluto, guidare un laboratorio, vincere premi, insegnare alla Sorbona ed essere riconosciuta per il talento e non per il genere. In un’epoca che negava quasi tutto alle donne, lei fece semplicemente ciò che desiderava, e questo fu rivoluzionario.

Il suo impatto sul femminismo è soprattutto simbolico: le sue conquiste aprirono una strada che prima non esisteva. Molte scienziate del Novecento — da Lise Meitner a Rosalind Franklin, fino a Rita Levi-Montalcini — la considerarono un modello, la prova che il talento femminile non è un’eccezione ma una realtà che la società deve imparare a riconoscere. Marjane Satrapi mostra le discriminazioni subite da Marie: la diffidenza accademica, gli attacchi della stampa, il sospetto verso una donna troppo brillante e indipendente. Eppure, Marie Curie non si è mai lasciata definire da queste ostilità: ha continuato a lavorare, studiare, insegnare, scoprire. Il suo contributo al femminismo è quindi duplice: da un lato, ha incarnato un modello di autonomia e determinazione; dall’altro, ha cambiato concretamente la percezione del ruolo delle donne nella scienza.

La sua figura resta ancora oggi un punto di riferimento per chiunque creda nella possibilità di superare i limiti imposti dalla società.